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documento 5 |
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Possiamo pensare di avere la forza senza le braccia e la testa di ognuno di noi? |
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Roberto Morea federazione di Roma |
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Liberazione 3 luglio 2008 Quando da ragazzo, erano gli anni settanta, c’erano assemblee o discussioni, mi sentivo sempre in difficoltà, a parlare erano sempre gli stessi i “tozzi” quelli con le idee mostrate-nascoste dalla rudezza dei comportamenti, a volte contradditori con le idee di cui sopra. Non ho mai sopportato il superuomo né le superdonne, ancora oggi non mi piace la Politica fatta di affermazione dell’io. Poi mi sono detto devi fare qualcosa e nel momento difficile nel tentativo di far scomparire l’idea, in Italia come nel mondo di un sogno di giustizia sociale, della lotta a questo sistema economico che genera solo ingiustizia e rapina della vita e dell’aria, mi sono iscritto a Rifondazione. Era la fine del millennio che si chiudeva con l’idea che il pensiero unico non avesse più ostacoli e il mondo avrebbe conosciuto solo benefici dalla globalizzazione. Solo pochi avrebbero puntato un penny sulle persone che a Seattle per la prima volta contestavano le scelte dei grandi della terra. Anche qui da noi dove la presenza del più grande Partito Comunista d’Occidente, ma soprattutto con una forte coscienza popolare sembrava impossibile che i valori di solidarietà giustizia sociale e antifascismo potessero essere messi in discussione, tutto sembrava scomparire, iniziava allora ciò che oggi arriva forse ad un apice con l’espulsione della Sinistra dal parlamento e con la riforma nei fatti di una finta democrazia fatta da due partiti che hanno nel parrucchiere la sola differenza, per dirla alla Lafontaine. Io sono un comunista «nonostante ci fosse il grande Partito Comunista» usando la canzone di Gaber. Mi sono iscritto perché pensavo che qualcuno avrebbe dovuto raccontare ai ragazzi che sono oggi come ero io, la storia della fatica quotidiana scritta negli occhi nelle rughe degli edili che venivano a costruire case che non potevano comprare, fargli sentire che non sono soli a sognare, ma anche perché Rifondazione ha dentro di sè anche la speranza di cambiare il modo di essere partito e persone dentro un partito. Quale Rifondazione vogliamo? Credo sia impossibile chiederci di tornare al prima di Venezia, io mi sono fatto carico dell’attraversamento del governo come lo abbiamo chiamato e pensato, credevo e credo che sia stato giusto provarci. Non c’è stato nessun errore perché nessuno ha mai detto che avremmo portato a casa questo o quello. Solo che ci avremmo provato e riprovato. Così come rivendico la scelta di costruire uno spazio per pensarsi a livello non più nazionale, ma almeno su scala europea: essere stati i protagonisti attivi nella costruzione del Partito della Sinistra Europea, che pensiamo sia una delle più preziose intuizioni del nostro cammino per il tentativo, anche con i limiti di una sperimentazione, di un rinnovamento della forma partito, deve essere riconosciuto da tutti, come un punto di non ritorno. Abbiamo negli anni camminato su strade e percorsi difficili. Cercando il modo di fare spazio alla vita, alla voglia di essere utili. Pensando questo cammino necessario e necessariamente fatto con altri. Siamo cresciuti e siamo caduti, ogni volta feriti e rinati Siamo una cosa viva e come tutte le cose vive lottiamo per non morire. Eppure oggi non vedo domani, non vedo la consapevolezza di tutti noi di essere dispersi Travolti e affannati da questa tempesta, una tempesta che nasce da lontano e che oggi porta a compimento la cancellazione di chi crede che questa economia, questa società siano ingiusti e vadano cambiati profondamente. Possiamo pensare di ripartire senza ognuno di noi? Possiamo pensare di avere la forza senza le braccia e la testa di ognuno di noi? Mi sento come un naufrago su quella zattera ricavata dallo sfacelo mentre il mare alza intorno onde da far paura e ci fa sentire piccoli e indifesi, guardando, stupito, i propri compagni volersi mangiare tra loro. (Come nel quadro di Gericault del 1818: il naufragio della imbarcazione francese la Medusa). Così oggi il fallimento della sinistra eppure invece di sorreggersi l’un l’altro di sostenerci, di sentirci uniti, pensiamo a combatterci. Di quale “Capitano” abbiamo bisogno se non delle forze di tutti noi? Quale nave vogliamo costruire se quella appena varata è affondata al primo vento forte? Io non ci sto, io mi faccio da parte, io diserto, scelgo di disarmarmi. Chiedo a voi, voi che vivete questo malessere e lavorate perché rifondazione e la sinistra continui ad esistere, di fare lo stesso, di scegliere di essere un ponte. Perché Rifondazione esiste se siamo capaci di cambiare, di fare quello che diciamo quando parliamo di non violenza e patriarcato, di ascolto e contaminazione, di pace e nuova politica. Perché la sinistra esiste solo se si unisce, e se non siamo capaci di sentire il senso della comunità con chi dentro il nostro partito non la pensa come noi, come si può fare con gli altri? Oggi non ci serve il leader che ci guidi nella nebbia, ci servono tutti gli occhi che abbiamo per guardare un mondo a cui non risultiamo utili e necessari e chi mi dice oggi che la soluzione è nella sua scelta mi dice solo che non ha a cuore né Rifondazione né la Sinistra ma solo il suo piccolo spazio dentro il quale io, e spero molti di noi, ci sentiamo stretti.
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