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documento 2 |
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Una Rifondazione più forte in una Sinistra più larga |
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Gianmarco Pisa responsabile Questioni Internazionali GC Campania |
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Liberazione 3 luglio 2008 Siamo alle prese con una discussione impegnativa in una transizione complessa. Lo scenario internazionale precipita nella spirale delle sue contraddizioni. E’ dai santuari medesimi del capitalismo che si levano critiche sulla “mano invisibile” e i “poteri taumaturgici” del capitale. In Italia fa eco il solito impasto di poteri oligarchici e pulsioni populiste che caratterizza la destra “berlusconiana”, con il “di più” incarnato dalle pretese neo-protezionistiche della nuova direzione economica del Paese. Sono indici di un crisi grave e diffusa. Se la “prima crisi” della globalizzazione aveva segnato il limite possibile di espansione della bolla speculativa, l’attuale “seconda crisi” manifesta l’erosione dei fattori stessi della produzione, rinfocola conflitti valutari mai del tutto sopiti ed annuncia effetti catastrofici “a cascata”. Il panorama è segnato da una crisi strutturale che ricorda quella del Ventinove, accompagnata da una crisi alimentare di cui non si ricordano analoghi negli ultimi decenni ed esasperata da una crisi ambientale dalle ricadute devastanti. Laddove gli effetti delle “politiche di dominio”, combinando unilateralismo e militarismo, imprimono marchi profondi sulla carne viva dei cittadini, che si impoveriscono e fanno debiti, perdono lavoro e speranza, sale la richiesta del “cambiamento”, che “si può fare”, ma è ancora tutto da verificare. Laddove, invece, su questa sponda dell’Atlantico, le matrici della crisi riproducono i fantasmi di una protervia chiusa e cieca, lo slancio della trasformazione resta inibito e si affermano gli interpreti della “restaurazione” fondata sulla “paura”: cresce la xenofobia e salgono le “nuove destre”. E’ la destra che parla di “libertà immaginate”, astoriche perché irriconoscenti di qualunque percorso di emancipazione ed ostili a qualsiasi pratica di “liberazione” reale. Ed è la stessa destra che vive la stagione del suo sfondamento, essendo ormai in larga parte recisi nell’immaginario popolare quei nodi mutualistici, di reciprocità e solidarietà, nel cui ordito si erano venuti intrecciando, con i percorsi dell’autodeterminazione soggettiva, quelli dell’emancipazione sociale. Il terreno diventa così accidentato: eppure nelle sue crepe si individuano le ragioni della sconfitta ed affiorano le ipotesi della riappropriazione. Intanto, la sconfitta: l’eventualità realizzatasi, su cui precipita il portato della “sconfitta storica”, il ciclo lungo della globalizzazione, ed il fallimento prodotto dalla “sconfitta politica”, quella che ha espunto la sinistra dall’agone parlamentare e prodotto una caduta, nel senso comune, delle ragioni stesse di “sinistra”. Ma poi, la ri-appropriazione: la quale, congiungendo i punti di trama lacerata, ci consegna tuttavia il cimento, e con esso la possibilità, di una storia da far ri-cominciare. Non siamo all’“anno zero”, ma c’è da ri-costruire: rinnovando modalità, strumenti e pratiche dell’agire politico della rifondazione comunista, “sulle proprie stesse basi”, per parafrasare la celebre espressione gramsciana. Un’espressione utile: perché si tratta di impugnare ancora, ri-appropriandosene e rinnovandole nello stesso tempo, alcune delle più feconde tracce di lavoro del pensiero di Gramsci. I titoli sono noti: riaggregazione dei soggetti del conflitto, un nuovo motore per gli attori della rivoluzione che è la “trasformazione” reale, una lunga “guerra di posizione” che viva nelle nostre pratiche come un profondo “attraversamento” dei luoghi di produzione di beni e funzioni, ma anche di “senso” e “socialità” alternativa e anticapitalista, la progressiva conquista di “fortini” e “casematte” della società civile impregnata nel profondo di quella “sinistra diffusa” che abbiamo conosciuto negli anni del conflitto contro la guerra e il liberismo, la ri-costituzione di un’intelligenza collettiva della composizione sociale entro i termini di un “intellettuale collettivo” che va ricostituito. Non ci può essere alcuna presunzione di “esclusiva” su questo percorso che non può vivere in forme altre che non siano plurali, coinvolgenti e partecipate; così come non ci può essere alcuna reticenza sulla rilevanza del contributo che la rifondazione comunista può offrire a questo cimento. Se le parole hanno senso, allora queste designano le cose e ne indicano la proiezione: “riconnessione”, “attraversamento” e “senso” connotano l’itinerario politico della costruzione di uno spazio unitario, plurale e di massa della sinistra, al di là di aggregazioni posticce e costituenti neo-identitarie, senza pulsioni minoritarie né torsioni ideologiche. E’ questo, per me, il senso del “manifesto per la rifondazione” ed il contributo incomprimibile dei comunisti al cimento politico che ora ci interroga.
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