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documento 3 |
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Per un partito di classe |
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Ascanio Bernardeschi consigliere provinciale Pisa |
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Liberazione 1 luglio 2008 Il congresso dovrà decidere se avviare una costituente della sinistra che “superi” Rifondazione Comunista. E’ giusto quindi che ci interroghiamo su quale soggetto andremmo a costruire al posto di quello che dovremmo superare. Le caratteristiche di tale soggetto, emergono da alcuni passi della mozione che più coerentemente persegue questo obiettivo, la mozione n. 2. Per motivi di sintesi mi soffermo su tre punti, anche se l’intera mozione, fra ardite acrobazie di parole che si negano a vicenda, desta profonda inquietudine. 1) Il nuovo soggetto della sinistra deve essere «unitario sul piano politico e plurale su quello culturale». Si ripete qui che sul piano politico dovremo contentarci di una generica sinistra mentre il comunismo sarà solo una tendenza culturale. Già Marx aveva affermato: «i filosofi hanno solo diversamente interpretato il mondo, si tratta di cambiarlo» (tesi su Feuerbach). Ma lo spazio per mantenere uno stretto rapporto tra teoria e prassi è precluso nel nuovo partito. Si scrive, è vero, che Rifondazione comunista «non è un bene disponibile, se non alla collettività che lo incarna» (ma allora perché non biasimare le incaute uscite dei nostri più autorevoli dirigenti?). Ma subito dopo: «il processo costituente non può avere esiti precostituiti». Quindi la collettività che lo incarna deve scegliere al buio e incrociare le dita. Dovremmo dare esecuzione a un progetto di un edificio senza sapere come esso starà in piedi, come funzionerà, a cosa servirà? Poche domande: bisogna «aprire subito a quel che già esiste ed è disponibile». Un altro modo di dire chi “ci sta ci sta”. 2) Il partito «non è più la sede di un pensiero generale che porta a sintesi le parzialità, ma è una parzialità esso stesso». Le parole fanno una nuova capriola: che il partito sia una parzialità, sia parte, lo dice lo stesso suo nome. Ma esso non può rinunciare a una sintesi generale dei diversi movimenti tematici. Oltretutto - a parte la parentesi governativa - Rifondazione è stata dentro i movimenti e le vertenze territoriali. Il suo limite è stato proprio quello di non proporre, a partire da quelle lotte, una strategia unificante e una critica complessiva al capitalismo. Dopo che l’elaborazione bertinottiana aveva anni fa dichiarato superata l’idea gramsciana dell’intellettuale organico, ora leggiamo che gli intellettuali debbono essere «protagonisti della creazione di un nuovo senso di società». E che «non deve essere scisso il processo di formazione delle idee da quello della decisione politica». Si intende valorizzare quindi il ruolo decisionale nel partito degli intellettuali ad esso dis-organici. E poi perché parlare di partito? Si propone infatti di “superare” «ogni impulso ad esportare la tradizionale forma partito». In un revisionismo, o meglio una “revisione incessante” di tutto, sappiamo cosa dobbiamo abbandonare ma non dove andremo. Si torna al progetto nebuloso di Occhetto dell’89. 3) Ma la cosa più inquietante mi sembra lo svanire della natura di classe del partito (capitolo 3a - le culture politiche della trasformazione, che somiglia sinistramente al “ma-anchismo” di Veltroni). Ci sono i precari, “ma” non solo nella loro frustrante pratica di vita: «esprimono nuove strategie di vita, nuovi bisogni, nuove opzioni da considerare». Poi, ci sono “anche” i lavoratori autonomi. Non le false partite Iva, ma quelli «per scelta, che hanno status, capacità, creative, da tutelare». “Ma anche” i «nuovi settori con finalità produttive di tipo sociali» (senza una critica a quel diabolico meccanismo di supersfruttamento che è la cruda realtà della cooperazione sociale!). Questi luoghi comuni apologetici non tengono di conto che - come le esigenze della produzione standard massificata della catena di montaggio, oltre che lo scontro di classe, determinò il superamento di forme “flessibili” di lavoro, quale per esempio il cottimo - oggi la produzione “snella”, flessibile e personalizzata, nonché la possibilità data dalle nuove tecnologie di governare a distanza le prestazioni lavorative, rendono conveniente per il capitale introdurre forme di precarietà e di lavoro atipico. Ma resta il fatto che la scelta sul tipo di contratto la fa quasi sempre il padrone, che il lavoratore precario resta sussunto sotto un «sistema di sfruttamento e oppressione gerarchicamente articolato» (K.Marx, Il Capitale, capitolo sul salario a cottimo), che l’atipico opera spesso al fianco degli altri lavoratori “regolari”, che si produce così una di concorrenza conflittuale tra lavoratori, utile per abbattere le garanzie per tutti. Veniamo ai salari. Essi devono essere indicizzati, “ma” purché ciò «non abbia influenza sull’inflazione» (ci spieghino come). Infine (potevano mancare?) ci sono i padroni. Perché regalarli alle destre? Teniamoceli! (finale del par. 3a.1). Insomma un partito interclassista in cui certamente si può riconoscere tanta sinistra. Non chi vuole superare il capitalismo.
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