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documento 2 |
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Il partito, l’immaginazione e la conoscenza |
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Michele Piras segretario regionale Prc Sardegna |
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Liberazione 1 luglio 2008 Il Prc è da sempre la mia casa, la prima e unica. Per continuare a sentirmi a casa, tuttavia, gradirei che terminasse questo spettacolo indecoroso della caccia al liquidazionista, al quale assistiamo da settimane in un dibattito congressuale a tratti deprimente. Del resto l’idea stessa di svolgere un congresso senza aver previsto una fase collettiva di elaborazione della sconfitta è stato una forzatura, che ora rischiamo di pagare anche umanamente. Ed eccoci qui, quasi che all’origine della nostra disfatta, prima che le nostre responsabilità (che pure ci sono), non ci fosse quella crisi di civiltà spesso evocata ma (evidentemente) mai fino in fondo compresa. La tracimazione di un fiume che ha determinato una vera e propria devastazione, dopo una piena che per anni ne ha minacciato gli argini. Il senso comune che si è spostato a destra: sfondamento della cultura dell’egoismo e della paura, rigurgiti xenofobi e individualismo penetrati finanche nei nostri quartieri e fra i nostri compagni, trascinando con se quell’esperienza di popolo che è stata la Sinistra in Italia. E il governo Prodi è stata la goccia che ha fatto tracimare il fiume. Al culmine di una fase lunga di rivoluzione interna al Capitale, nella quale il mercato è divenuto elemento sovraordinatore non solo dei rapporti di produzione ma delle esistenze, delle relazioni sociali, frammentandole, mercificandole, spostando il conflitto su piani di volta in volta differenti e funzionali alla riproduzione del Sistema. Precarietà dell’esistenza che è divenuta competizione per le risorse scarse, conflitto fra poveri, destrutturazione dei vincoli solidaristici e delle appartenenze. Crisi economica, sociale, culturale, politica, atomizzazione della società, discredito delle istituzioni democratiche, fatica del vivere quotidiano, crescente violenza, avanzata delle destre e fragilità delle forze progressiste, descrivono un quadro di vera e propria emergenza democratica. Quasi la narrazione di una Storia già vissuta all’epoca di Weimar, nella fase che precedette l’ascesa del III Reich. Perciò credo che dovremmo portare la discussione e la nostra sfida su un altro livello: un po’ come Gramsci nelle carceri di Turi, ricercare, anche nelle peggiori condizioni di contesto, la capacità di pensare la Rivoluzione, la trasformazione della società come processo d’accumulo. Una operazione titanica che non potremmo compiere se non tornassimo a guardare alla maggioranza della società, senza minoritarismi o chiusure: in questi termini la Rifondazione Comunista può ancora essere uno dei soggetti principali della immensa intrapresa di cui la Sinistra ha bisogno. E la questione dei simboli e dei valori e delle categorie: anch’essa va spostata su un piano del tutto differente dal richiamo meramente identitario. Una identità in politica ha senso se allude a un’appartenenza e a una progettualità vissuta, a un richiamo nell’immaginario collettivo, altrimenti rischia la sterilità. Ed in quel grande lavoro che ci aspetta sul significato, ha senso anche il richiamo a ciò che (socialmente e politicamente) rappresenta un pezzo di storia movimento comunista come Nichi Vendola. Altro che leaderismo. Ed in questi giorni, drammatici e convulsi, si fa un gran parlare di ritorno al sociale, al territorio. Quasi che in questi anni avessimo vissuto su Marte e che quindi bastasse un viaggio a ritroso sul pianeta Terra. Ma la questione non è così semplice: abbiamo perso la capacità di starci, di opporre comunità alla frammentazione, cooperazione solidale all’individualismo, di far vivere l’Alternativa. Quanto ai territori, essi non sono luoghi dell’immaginario ma spazio nel quale concretamente si manifestano le contraddizioni sociali, culturali e politiche. Da qui va ripensato il Movimento reale: da una progettualità politica costituente di un nuovo spazio pubblico, che colga nelle specificità la dimensione più generale di un percorso di Liberazione. Ed in questi termini (e non per localismo) si pone la Questione sarda, al pari di quella Meridionale, come grande questione nazionale, come uno dei luoghi (centrali) nei/dai quali (ri)costruire il soggetto della trasformazione, ricomponendo vertenze, lotte, vissuti attraverso una prospettiva politica capace di egemonia. Ed anche l’idea che le forme e le pratiche attraverso le quali si esplica l’azione politica non siano date, ma debbano aderire al contesto nel quale si opera ed essere scelte in relazione al che fare. Riprendere il cammino implica una riflessione profonda, una grande capacità di ascolto, una netta propensione alla sperimentazione ed all’innovazione. In quest’ottica Venezia non può considerarsi superata. Poiché implicherebbe la liquidazione di una parte fondamentale della piccola grande Storia di questo Partito e sarebbe come volgere lo sguardo indietro mentre si pretende di andare avanti. E’ vero che la Storia insegna ma nel futuro che ci aspetta l’immaginazione sarà (ancora una volta) più importante della conoscenza.
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