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documento 5 |
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Combattere la barbarie. Disarmandoci |
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Massimo Allulli |
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Liberazione 26 giugno 2008 Il senso e il peso della nostra impotenza mi hanno colpito come un pugno allo stomaco, venerdì scorso, la mattina. A Firenze, in piazza Santa Maria Novella, come sempre affollata di gente di ogni parte del mondo. Un’auto ha fatto irruzione nella piazza, fermandosi di colpo. Ne sono usciti tre uomini in borghese. E hanno inscenato la loro macabra operazione, bloccando con modi truci chiunque nei loro canoni non avesse il diritto di essere lì. Chiunque avesse la pelle scura, o vendesse oggetti su piccoli lenzuoli, veniva fermato, intimidito, controllato. Un rastrellamento in piena regola. A molti di noi è capitato nelle ultime settimane di dover assistere a scene simili, in questo paese precipitato in una barbarie che stordisce la coscienza. E’ di fronte a questo che la discussione logorante e violenta che sta attraversando il nostro partito assume tratti amari e surreali. Perché ogni giorno di più appare distante da una realtà che invoca a gran voce il presidio delle forze democratiche, l’impegno di uomini e donne che spendano le proprie energie e intelligenze nel combattere la barbarie, non per combattere tra di loro. Sulla base poi di quali irriducibili distanze di cultura o prospettiva politica? Questo è quanto ancora nel nostro congresso risulta difficile comprendere. Perché se c’è qualcosa di evidente a sinistra è una domanda comune di unità e di efficacia, di opposizione durissima a questo governo, e di ricomposizione delle forze disposte a cimentarsi in questo impegno. Davvero crediamo che le proposte di costituente e federazione abbiano più peso nel dividere di quanto ne abbia la forza di questa domanda nell’unire? E se la costituente costituisse una federazione? E se una federazione svolgesse una funzione costituente? Non scherziamo, il punto non è lì. Il punto è che in questo congresso stiamo compiendo lo stesso errore che abbiamo commesso in campagna elettorale, ripetendo come dischi rotti che, comunque, “abbiamo bisogno di sinistra”, ma senza saper dire per fare cosa. Non è più il tempo delle risposte tautologiche, magari invocando il rischio di un imbarbarimento sociale o di una nostra scomparsa. Entrambi questi rischi oggi sono realtà. Una realtà che richiede di riempire il vuoto di opposizione di fronte a una democrazia quotidianamente ferita. E’ un impegno questo che non si affronta guadagnando la metà più uno dei voti a una mozione. Il nostro dibattito congressuale ha avuto anzi l’esito di bloccare l’azione del partito, con un Comitato di Gestione che non gestisce proprio nulla, se non qualche polemica interna, e assiste immobile ad atti che fanno scempio della democrazia. Se vogliamo costruirla davvero la sinistra non possiamo farlo a partire da formule, che prendano il nome di “costituente” o di “federazione”, ma a partire da una proposta larga di iniziativa. Penso a una campagna aperta e ambiziosa, magari da avviare attraverso una assemblea convocata con tutte le forze della politica e dell’associazionismo intenzionate ad agire, per stilare un calendario di appuntamenti, da qui ai prossimi mesi, per attraversare il paese città per città, piazza per piazza, con una vera proposta di opposizione. Una campagna capace di parlare di sicurezza, rovesciando il significato aberrante che questo termine ha assunto e riempiendola di un senso nuovo e opposto. La sicurezza sul lavoro e del lavoro. La sicurezza che nasce nella solidarietà e nell’integrazione. La sicurezza del diritto allo studio. La sicurezza che deriva dalla tutela dell’ambiente depredato dal neoliberismo. La sicurezza di un mondo libero dalle guerre. Una campagna capace di misurare e riconoscere il campo della sinistra nella realtà e nell’impegno, non nel chiuso dei nostri circoli e contando le tessere. Quando ho conosciuto l’unità a sinistra, io l’ho conosciuta nel vivo della ricerca e dell’iniziativa politica: nelle manifestazioni di Genova, nei Social Forum europei e territoriali, nel referendum per l’estensione dell’articolo 18, nelle mobilitazioni contro la guerra, nella troppo superficialmente archiviata Sinistra Europea. Senza pretese di egemonia e formule magiche, ma cimentandoci nella fatica di essere un movimento reale, e non di declamarlo. In questo congresso non abbiamo da vincere o da perdere. Troppo spesso abbiamo sentito la litania del voto utile per ritenerla applicabile oggi al nostro interno. Per questo non vale il richiamo a votare una delle due mozioni più consistenti “perché sennò vincono gli altri”. Il Partito sopravvivrà a questo congresso solo se lo vivremo con libertà e laicità, considerando centrale la discussione e la ricerca più del voto, e considerando le mozioni come basi di discussione e non come eserciti. Un congresso che servirà se sarà capace di discutere e proporre una campagna che torni a farci vivere nel paese per contrastarne la deriva drammatica. Oggi purtroppo la discussione sembra percorrere una strada diversa, ma non è persa la possibilità di ognuno e ognuna di noi di sottrarci allo scontro tra noi per scontrarci insieme contro la barbarie. Disarmandoci.
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