documento 3

 Ripartire dai territori e dalle lotte sociali

Nicoletta Dosio Segretaria Prc Bussoleno Val di Susa

Liberazione 26 giugno 2008

Cento Circoli, cento come i cento fiori del celebre aforisma taoista ripreso da Mao, metafora del pensiero liberato e liberatore, del confronto dialettico, a tutto campo, possibile solo tra uguali. Cento luoghi di dibattito e di impegno, aperti sulle polverose vie del mondo, là dove le disuguaglianze e lo sfruttamento si mostrano più apertamente, ma, contemporaneamente, nonostante il pensiero unico e l’ipnosi massmediatica, resiste l’insofferenza al potere che può diventare scintilla di ribellione collettiva. Non era questo il senso del nostro partito, quando nacque, 18 anni fa? Non era il bisogno di costruire insieme - venendo da esperienze diverse - uno strumento concreto di lotta e di liberazione, la spinta che ci fece riemergere dalla notte delle sconfitte operaie degli anni 80, dandoci gambe e voce contro universi di repressione e di guerra (del ’91 è la prima guerra del Golfo, con partecipazione italiana)? E quella falce e martello che altri avevano celato tra le radici di una quercia per poi cancellarla del tutto, noi, contro ogni revisionismo, l’alzammo sulle nostre bandiere non in quanto vuoto feticcio, ma come segno del ”movimento reale che abolisce lo stato di cose presente”.

In questi anni si è verificato in noi un lento franare: la presenza istituzionale non come mezzo ma come fine; l’approfondirsi del solco tra base e vertici; accolto con fastidio e via via apertamente osteggiato ogni dissenso; e infine, in nome della governabilità, la rinuncia a nostri principi fondanti come l’opposizione alla guerra, alla sopraffazione dell’uomo sull’uomo, alla rapina delle risorse sociali e ambientali, a un modello di vita che tutto sottopone alla legge del “produci consuma crepa”. Il secondo governo Prodi è stato l’ultimo atto di una resa che veniva da lontano, fatta di cedimenti sui programmi, di “paletti” caduti uno dopo l’altro, tra lo sconcerto di compagni ed elettori. Le voci di disagio che salivano dai Circoli e dalle “minoranze”, dal mondo operaio e dai movimenti non giungevano ai piani alti, nelle stanze del potere politico e dei consigli di amministrazione, troppo blindati per essere scalfiti; chi c’era entrato per “modificare dall’interno il sistema e battere le destre” perse la strada e fu ridotto al ruolo di valletto del capitale o poco più. Così i nostri rappresentanti in Parlamento votarono i crediti di guerra, l’orrore delle morti bambine, il massacro degli innocenti; e chi dissentì fu epurato.

Seguì il dodecalogo di Prodi che, rimangiandosi tutti gli impegni programmatici, reintroduceva l’impianto berlusconiano, con l’assenso al Tav e alle grandi opere, alla politica dei Cpt e dello stato di polizia, la fedeltà atlantica e il potenziamento delle basi Usa, l’attacco allo stato sociale e le privatizzazioni, il tradimento della classe operaia con la riconferma della legge 30 e l’allungamento dell’età pensionabile. Tutto avallato con l’imperativo di “tenere in piedi il governo per non far vincere le destre”.

Furono come sempre i Circoli ad accusare il colpo peggiore: le tessere stracciate, la delusione degli elettori, l’emarginazione da parte dei movimenti. E furono ancora i compagni di base ad autoconvocarsi per denunciare apertamente quello che da sempre andavano dicendo: che Rifondazione stava morendo schiacciata dalle politiche concertative, nonché dalla miopia e dalle ambizioni dei suoi dirigenti.

Nell’incontro nazionale a Firenze eravamo in tanti, compagne e compagni delle aree dissidenti, ma anche della maggioranza del partito: la storia migliore di Rifondazione e delle sue lotte era lì presente, nelle molteplici esperienze che si erano incontrate, riconosciute e, insieme, avevano ripreso il viaggio, quasi vent’anni fa. C’erano i compagni attivi al G8 di Genova, contro la guerra e quelli del presidio No Dal Molin. Riconobbi con emozione e commozione la geografia della resistenza contro il Tav, i volti di coloro che avevo incontrato da tante parti d’Italia, in assemblee o manifestazioni e che erano saliti in Valle di Susa a fronteggiare con noi i manganelli della lobby del Tav e del partito trasversale degli affari. Questi compagni e questa resistenza, con le sue mille sfumature, ma reale e attiva, li trovo rappresentati dal documento dei Cento Circoli, dunque vi aderisco.

Di qui dobbiamo ripartire, da questa molteplicità di esperienze e radicalità. Ora siamo extraparlamentari (esperienza per qualcuno, come me, non nuova); le sirene governiste e istituzionali cantino per altri le loro malie di morte. La sconfitta elettorale un pregio l’ha avuto: ha lacerato il velo delle illusioni che il sistema si possa mutare dall’interno e che nell’orizzonte del capitale siano dati altri orizzonti. Alla lotta, dunque, davvero “tornati amici dei ragazzi di strada”! Ritroveremo, così, le vie del mondo, con i bisogni, le contraddizioni e gli altruismi reali e i compagni che ci hanno lasciati, le donne e gli uomini con cui costruire concretamente, senza opportunismi o superbia, il mondo diverso possibile.

 

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