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documento 2 |
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Les motions tuent les emotions |
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Matteo Lucatello |
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Liberazione 26 giugno 2008 “Les motions tuent les emotions”, le emozioni uccidono le emozioni. Così uno slogan del Maggio d’oltralpe; una lezione per il ’68 italiano, troppo spesso contaminato da troppe parole che si parlavano addosso. Credo che niente meglio di questo slogan rispecchi ciò che stiamo vivendo e rischiando in questi giorni che si trascinano rancorosi verso la nostra “convention”. Una comunità ferita, sconfitta, che ha imboccato la strada (di gran lunga più facile) dei capri espiatori, dei vincitori e vinti; piuttosto che continuare a costruire e rafforzare ciò che di più difficile vi è nella società odierna: la costruzione e il mantenimento di una comunità di uomini e donne solidali, e riuscire a farlo in nome della politica, di un’altra politica. Una sconfitta storica, perché storica ne è la portata; ma anzitutto perché storico è il bivio cui ci troviamo di fronte. E’ il momento delle scelte, e questa volta non investe solamente il piccolo partito delle percentuali, o via del Policlinico. In gioco vi è il futuro della sinistra. E’ in gioco l’esito delle lotte che per anni ci hanno visto in prima linea in questo paese; ora che i diritti che ritenevamo acquisiti si sciolgono come neve al sole, in Italia come in Europa. Nessuna conquista è per sempre. Credevo, speravo che Rifondazione avesse la forza e la capacità, dopo questa sconfitta dalle proporzioni vertiginose, di aprirsi al Paese, ai militanti, agli uomini e le donne di sinistra. Di aprirsi e raccogliere lo sgomento, la rassegnazione, le sofferenze di tanta parte della nostra società. Perché il tempo delle vere scelte non è rimandabile a data da destinarsi, e non possiamo permetterci di perderlo in nome di quello che sempre più assomiglia ad un regolamento di conti. Ora che Berlusconi è tornato quello che sempre stato, invece che “il principale avversario dello schieramento avverso”, come intendeva la linea veltroniana; ora che assistiamo inorriditi ad un giro di vite contro i migranti, a reato di immigrazione clandestina, a norme salva premier e blocca processi, a detassazione degli straordinari, a chi lasciamo utilizzare lo strumento di opposizione come in un palco alla ricerca di consensi, a Di Pietro? Perché è questa la realtà che fa più male: mai come ora Rifondazione diverrebbe uno strumento utile, necessario, vitale. E invece ci lasciamo andare allo stesso gioco tragico che avviene nel Pd, come in una notte dei lunghi coltelli. Credo sia chiaro, compagni, che autosufficienti non lo saremo più. Che il percorso iniziato da Rifondazione non può continuare senza aprirsi ad altri; che una forza comunista e anticapitalista ha il dovere, il compito storico di cimentarsi per la ricostruzione di una sinistra in questo paese. Ma, accecati dai rancori e dalle accuse di questo congresso, stiamo costruendo mura insormontabili tra noi e chi per tanti anni ci ha sostenuto, tra noi e chi a sinistra non si sente più rappresentato. Voglio che la nostra comunità, nonostante il dolore e il marcio che l’attanaglia, abbia la forza di rompere queste mura e gettare ponti, verso tutte le anime di sinistra sparse e prive di orizzonti. Voglio che tra di noi si abbandonino le parole e le azioni che assomigliano sempre più a degli spargi sale sulle nostre ferite comuni, e si riprenda un confronto prezioso, ma trasparente e sereno, che non sia più come fumo degli occhi che ci rende inermi, distanti, inutili. Voglio che Rifondazione Comunista lavori per diventare un cimento, un mattone di una futura casa comune della sinistra italiana. C’è chi dice di voler lottare per salvare questo partito. Ecco, credo che la salvezza di questo partito stia nella capacità di proporsi come forza aggiuntiva, anzi trainante, di questo progetto: rifondare la sinistra di questo Paese.
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