|
documento 3 |
|
Alleanze sì, fusioni no |
|
Arrigo Bortolotti cpp Toscana |
|
Liberazione 24 giugno 2008 Non considero scandaloso, come fanno alcuni compagni, che si discuta appassionatamente sulla sconfitta elettorale e che si scontrino tesi opposte sulle cause del disastro e sulle prospettive che ci dobbiamo porre. Un progetto politico e il gruppo dirigente che l’ha voluto sono stati sconfitti: di qui dobbiamo partire. Vorrei qui discutere con la posizione del compagno Ferrero, come viene espressa sia dall’intervista riportata da “Liberazione” del 16 maggio, sia dalla mozione di cui è firmatario insieme ad altri. Innanzitutto, giudico un fatto positivo che Ferrero pronunci un severo giudizio autocritico e, a differenza di altri, che non solo non lo fanno, ma ripropongono la linea che è stata battuta, con atteggiamenti personalistici e leaderistici propri dei partiti borghesi, come fa il compagno Vendola. Ed è positivo che anche Ferrero dichiari la sua ostilità ai tentativi di scioglimento e di superamento del Prc, per costituire un “nuovo soggetto politico”. Ci sono però altri punti, altrettanto importanti, che suscitano perplessità e obiezioni non secondarie. Da una parte, il modo in cui Ferrero tratta il concetto di comunismo. Certo, è facile citare il passo di Marx, in cui si dice «Il comunismo per noi non è uno stato di cose che debba essere instaurato, un ideale al quale la realtà dovrà conformarsi. Chiamiamo comunismo il movimento reale che abolisce lo stato di cose presente». Si, Marx dice questo; ma presentare questo passo come tutto ciò che dice Marx sul comunismo è una mistificazione, volontaria o involontaria che sia. Questa frase isolata non vuol dire niente. Marx l’ha scritta in polemica con gli utopisti, che descrivevano nei minimi particolari società comuniste immaginarie; ma abolire «lo stato di cose presente» significava per lui (e lo dice in molti scritti) instaurare una società comunista, in cui sia abolita la proprietà privata dei mezzi di produzione e il rapporto di produzione costituito dal lavoro salariato, e nella quale vengano meno le distinzioni di classe. Come questi obbiettivi debbano essere raggiunti e quali forme concrete debba poi assumere la società comunista, questo non può essere predeterminato. L’altro aspetto del discorso di Ferrero che non mi convince è ciò che dice dell’unità della sinistra. E’ giusto, certo, dire che «la sinistra Arcobaleno è stata un’operazione politica di vertice», e stabilire una distinzione abbastanza netta fra Sinistra e Pd, ma l’unità della sinistra , Ferrero la vede in un processo di aggregazione politica: «Il Prc deve essere il motore delle aggregazioni dal basso». Ora, che l’unità della sinistra «scaturisca non da accordi di vertice fra stati maggiori» o «caste» ma parta dal sociale, dalle lotte, è un’impostazione giusta. Ma perché questa pratica di lotte sociali si deve risolvere in una «aggregazione»? O in una rete di relazioni stabili fra soggetti organizzati e singoli? O, «in un processo aggregativi di tutta la sinistra». Che Ferrero lo veda o non lo veda, questo modo di impostare il problema si risolve in una variante della linea di Bertinotti-Giordano-Vendola. Ad un nuovo soggetto politico, perché questa è l’«aggregazione» (se le parole hanno un senso), si giungerebbe non per accordi di vertice, non subitaneamente, ma con i tempi necessari, gradualmente, attraverso l’esperienza di lotte comuni; ma l’esito è quello, e in quell’esito Rc e l’ispirazione comunista scompaiono. Pare incredibile, ma sembra che molti dirigenti del Prc, fra cui lo stesso Ferrero, si siano dimenticati che, oltre alle aggregazioni o alle fusioni, esistono anche le alleanze. Alleanze fra forze simili, a volte fra forze diverse, per un fine o per più fini comuni; una volta raggiunti, si vedrà se se ne possono individuare dei nuovi. Naturalmente le alleanze si consolidano attraverso lotte comuni; ma non si risolvono normalmente in fusioni, a meno che i contraenti abbiano già identità molto affini, o viceversa, identità molto deboli. Stupisce poi la insistente polemica di Ferrero contro la «Costituente comunista»; dal momento che nessun documento congressuale del Prc propone questo obbiettivo: lo propone il Pdci, ma la mozione dei “Cento Circoli”, non usa questa parola d’ordine. Cercare di riunire tutte le forze comuniste è importante, ma non è certo il caso, ora, di compiere operazioni di vertice, come quella fallita della sinistra Arcobaleno, tanto più che il gruppo dirigente del Pdci non è certo troppo diverso da quello uscente del Prc. Se e quando un processo di riunificazione si proporrà, dovrà essere una riunificazione dei militanti, non dei dirigenti.
|