documento 5

 La vera sfida: l’autonomia

Walter De Cesaris

Liberazione 12 giugno 2008

Disarmiamoci non vuol dire soltanto ricerca di una diversa modalità di discussione. C’è un altro punto: la precipitazione non solo lacera, impedisce l’approfondimento e l’inchiesta necessari. Ci sono due aspetti delle modalità con le quali il nostro dibattito congressuale sta procedendo che sono inquietanti: la semplificazione fino alla caricatura delle posizioni in campo e l’assenza di una discussione che cerchi di allargare lo sguardo. La precipitazione e la semplificazione si accompagnano a una assenza di iniziativa politica e sociale. Io penso che tra queste due cose vi sia un nesso e che esso consista nel carattere astratto e separato dal contesto sociale e politico del confronto attuale.

Il vero rovello della nostra discussione dovrebbe essere come costruire l’opposizione al governo delle destre e assieme al modello costituzionale proposto dall’accordo consociativo tra il PdL e il Pd. Quali punti di attacco? Quali soggetti politici, sociali, di movimento, quale fronte unitario costruire? Tutti elementi che appaiono totalmente fuori fuoco nel nostro dibattito, incentrato, invece, su altro, ovvero in che modo Rifondazione Comunista debba ripartire da sé (dato che più nessuno ne propone il superamento) e quale debba essere il rapporto tra Rifondazione Comunista e un più generale processo unitario a sinistra, che tutti auspicano ma ognuno prospetta a modo suo. Il punto di vista che vorrei sostenere è che bisogna partire da altre priorità e che dalle risposte che si danno ad esse discendono conseguenze politiche anche sul terreno del processo unitario. Per questo, va destrutturato il carattere rituale e ripetitivo del congresso.

Prima tesi. Con la sconfitta dell’aprile del 2008, entriamo in una fase completamente nuova: la lunga transizione italiana è conclusa. A destra. Con essa è finita la stagione politica del centro sinistra e prima elaboriamo il lutto e meglio è. Pensare a una sua riedizione, più o meno rinnovata o di nuovo conio, è illusorio e sbagliato. Noi infatti non abbiamo colto pienamente il carattere di rottura rappresentato dal Pd: rottura non solo con i valori, le culture della sinistra ma rottura anche con il modello costituzionale. Il tracollo della sinistra è indispensabile alla deriva del bipartitismo. Dobbiamo misurarci in una analisi di più lungo periodo, non solo dei 20 mesi del governo Prodi ma dei 15 anni della transizione. Noi ci abbiamo provato due volte (e non affermo affatto che non sia stato giusto farlo perché non si ragiona con il senno di poi). Ne siamo usciti in maniera opposta e ciò non è affatto indifferente (la rottura del 98 è stato il vero atto rifondativo). Ma le esperienze sono state entrambe fallimentari. Naturalmente ci sono stati in tutti e due i casi errori soggettivi che vanno indagati senza pietà. Ma non possiamo accontentarci di questo. Andrà pure investigato un carattere oggettivo. Lo definirei così: il bipolarismo ci ha resi prigionieri e sconfitti e il bipartitismo schiantati. Solo nel momento in cui abbiamo rotto con bipolarismo (la rottura del 98), abbiamo ripreso un profilo strategico. L’opposizione non è salvifica ma è necessaria. Oggi, pensare di contrastare il bipartitismo riproponendo il bipolarismo è la suicida espressione di una subalternità politica e culturale al quadro politico dato.

Seconda tesi: siamo stati subalterni al quadro politico dato (la maggioranza e il governo) perché subalterni al quadro politico desiderato (la Sinistra l’Arcobaleno). Tutti gli elementi messi in evidenza sui difetti dell’alleanza: il carattere verticistico, la mancanza di una vera coesione, il mancato coinvolgimento, ecc, rimandano a una contraddizione interna fondamentale. Per le altre forze politiche costituenti l’alleanza a sinistra, il governo è elemento costitutivo della propria identità e se avessimo aperto un conflitto ultimativo dentro l’Unione, ciò avrebbe comportato la rottura di quel processo unitario. Per questo motivo, è totalmente sbagliato riproporre oggi generiche costituenti (di sinistra o comunista) perché fondate su logiche meramente identitarie che non partono dal discrimine dell’autonomia dal quadro politico.

Qui c’è il punto della Sinistra Europea: il suo valore non è solo l’assunzione del quadro continentale e dell’europeismo di sinistra, non è solo la rottura della gerarchia tra partiti, movimenti e associazioni, è l’acquisizione dell’orizzonte dell’alternativa di società come costitutivo. Per questo, alle prossime europee, va presentata la lista Prc – Sinistra Europea. E’ stata data l’immagine della traversata del deserto. La considero sbagliata. Il deserto è l’idea del cammino solitario, dell’autoreferenzialità. E’ il contrario per noi: la rottura del 98 ci consentì di entrare in una relazione con la rinascita dei movimenti, fu la capacità di saper dispiegare anticipatamente le vele per cogliere il vento del 2001. Nessun rinculo, nessuna chiusura in una nicchia, come la rappresentazione caricaturale del dibattito dentro il Partito vorrebbe descrivere: si, in mare aperto ma con una rotta autonoma. 

 

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