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documento 5 |
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Senza questo documento, molti si sarebbero astenuti |
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Michele Altomeni consigliere regionale Marche |
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Liberazione 10 giugno 2008 Il nostro partito è nato su una scommessa, quella della Rifondazione. Non una semplice rifondazione dell’idea comunista, ma una più generale rifondazione dell’idea di società, a partire dalla sperimentazione di un modo diverso di fare politica. In questo percorso abbiamo attraversato momenti alti, in cui il dire e il fare sembravano veramente coincidere. E abbiamo toccato momenti molto bassi, in cui la democrazia interna e di genere, i rapporti tra compagni, l’approccio alle istituzioni e la capacità di leggere il presente e prospettare il futuro sono apparsi del tutto sbalzati rispetto al sogno che ci animava. L’ultima fase di Rifondazione Comunista rientra senza dubbio tra i momenti bassi. E il congresso che stiamo vivendo è una della pagine più buie della nostra storia. Non è un caso che proprio in questi mesi molti compagni che hanno creduto nella scommessa originale vivano una profonda disillusione. In molti ci chiediamo se questo sia ancora il partito nel quale abbiamo investito tante energie e in cui continuare a investirle. Per molti non è stato il travaglio dell’esperienza di governo a mettere in crisi il rapporto, e nemmeno lo sconforto del risultato elettorale, ma proprio le modalità della discussione che si è aperta ai vertici del partito. Molti militanti di Rifondazione, dopo qualche giorno di scoramento e stordimento, hanno deciso di rimboccarsi le maniche per riprendere il lavoro, dal basso, facendo tesoro di errori e risorse accumulati. In vari modi si è cercato di coinvolgere persone e movimenti oltre il cerchio ristretto degli iscritti: un popolo smarrito che in gran parte non ci ha votato e che fatica a usare ancora la parola Sinistra, che vuole essere identificata per le cose in cui crede, elencandole una ad una, invece che appiattirle in un termine inquinato da troppe ambiguità. Gente che nella gravità del momento avverte una spinta alla responsabilità e all’impegno. Bisognava ripartire dalla socializzazione dei dolori e delle speranza, dei sogni e dei bisogni. Invece, i vertici dei nostri partiti hanno scelto il percorso opposto: avviare una resa dei conti tutta interna, schiacciata sul personalismo, sullo scontro tra fazioni senza esclusione di colpi, in una perfetta logica militarista. Ma del resto, che quando si parlava di nonviolenza stavamo solo scherzando lo sospettavamo in molti. Sono moltissimi i sostenitori del documento “Disarmiamoci!” a dichiarare che in assenza di questa quinta mozione si sarebbero astenuti, per sottrarsi ad una logica di militarizzazione e manifestare il loro dissenso ad una pratica ancora una volta lontana anni luce dalla teoria. Proprio come il movimento pacifista e nonviolento veniva bollato da militari e militaristi come ingenuo e irreale, “Disarmiamoci!” viene etichettato dagli esponenti delle altre mozioni come aggregazione di “cuori pavidi”, di “imboscati” che si sottraggono alla lotta nel momento in cui la Patria chiama. A noi cittadini del mondo fa piacere essere identificati come “disertori” di questa guerra assurda (ricordando il bello slogan dei giovani comunisti «diserto, disobbedisco, amo»). L’aspetto triste è che nella militarizzazione del partito, che anche al nostro interno fa appello al “voto utile”, molti non riescano a cogliere il senso profondo della nostra proposta, che è proprio il recupero dell’idea originaria di “R/rifondazione”. Il bisogno vitale di vedere messe in pratica le belle parole che ci diciamo. “Disarmiamoci!” parte dal presupposto che la difficoltà del momento, che non è solo di Rifondazione Comunista, ma della società nel suo complesso, avrebbe bisogno di ben altro che di una faida familiare. Richiederebbe di uscire dalle sedi e dalle beghe interne per ragionare insieme ad un mondo più ampio sul che fare. E non con altro ceto politico arroccato in altre sedi, ma con la società reale. E invece il congresso è schiacciato su due nomi (persone che stimo) e su due ipotesi di contenitori. La filosofia di fondo della mozione 1 e 2 rispetto al mondo esterno, e quindi anche ai movimenti, è la vecchia logica della gerarchia tra partito e resto del mondo: dentro il partito, con questo congresso, si elabora la ricetta salvifica, e dopo si va alle masse e ai movimenti a portare il sacro verbo. “Disarmiamoci!” ha una filosofia opposta, che rompe con la gerarchia. Presuppone che il partito sia un pezzo di una realtà ben più ampia che bisogna ricomporre, e che questa ricomposizione non può che essere un lavoro collettivo, in cui tutti hanno pari dignità e umiltà, in cui tutti siano disposti ad ascoltare e a mettersi in discussione. Il contenitore è funzione dell’idea di società che si ha in mente, e non viceversa. Ci scontriamo sulla scelta dei gruppi dirigenti mentre avremmo bisogno di pensare e sperimentare modalità nuove di gestione orizzontale, democratica, nonviolenta, responsabilizzante… In altre parole, anche qui si tratterebbe di andarci a rileggere le belle parole che abbiamo detto e scritto sulla partecipazione, e solo in rarissimi casi praticato. Il problema, che forse non è chiaro a molti nostri dirigenti, è che cittadini e movimenti non sono più disponibili a dare credito ad un soggetto che enuncia principi a cui regolarmente deroga. Su questa strada Rifondazione è destinata a disseccarsi come una pianta lasciata senza acqua, mentre la sua energia vitale scivolerà altrove a generare altre forme. “Disarmiamoci!” è una pioggia di marzo che viene a portare ristoro. Ci daremo questa possibilità?
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