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 Il lavoro al centro del nostro agire

Patrizia Granchelli segretaria Circolo Poste Milano

Liberazione 10 giugno 2008

La sconfitta elettorale, che ha visto, per la prima volta dal dopoguerra, annullata la sinistra dal parlamento, non è attribuibile solo agli ultimi due mesi di politica del nostro partito, essa pone le basi in scelte e azioni precedenti. E’ la sconfitta di una linea politica, che non parla più ai lavoratori; che non usa più il linguaggio, semplice ed immediato dei lavoratori. Il nostro partito ha parlato di lavoro in seminari…in convention, dove i diretti interessati non avevano voce in capitolo. Si è rimasti sordi ai fischi degli operai che contestavano il sindacato, eppure era un segnale. Non si è capito la portata del “gelo” ai cancelli di Mirafiori. E l’assemblea operaia di Torino è rimasta lettera morta: quanti di quei lavoratori sono stati candidati (proposti dal nostro Partito) tra gli eleggibili, nelle liste dell’Arcobaleno? Nessuno.

Visto che Don Milani è di moda, vorrei citarlo anch’io: «Gli operai lasciano ai figli di papà tutti i posti di responsabilità nei partiti e tutti i seggi in Parlamento…E la timidezza dei poveri è un mistero più antico. Forse non è né viltà né eroismo. E’ solo mancanza di prepotenza». Non è forse da prepotenti sostenere che non si candidano gli operai, perché essi non rappresentano il lavoro in Parlamento? Il lavoro si vive, non si immagina. Chi meglio di un lavoratore rappresenta i lavoratori? Rimettere al centro del nostro agire il lavoro, significa non solo tornare davanti ai cancelli delle fabbriche, altrimenti tra noi e i lavoratori ci sarebbe sempre la divisione del “cancello”, ma entrare nelle fabbriche, lavorarci (ricordate i preti operai?), è all’interno delle fabbriche che il partito deve radicarsi, creando circoli aziendali, dove i compagni non siano le avanguardie, ma lavoratori trai lavoratori; capaci di organizzare le lotte, lavoratori che diventino punto di riferimento per i colleghi, poiché capaci di analisi e di iniziativa politica.

I circoli aziendali devono essere presenti nelle commissioni lavoro delle varie federazioni e devono, loro, poter proporre la linea politica del Partito sul lavoro. E’ all’interno dei circoli aziendali, e quindi trai lavoratori, che va individuato il compagno responsabile delle commissioni Lavoro a tutti i livelli, da quello provinciale a quello nazionale. Il Partito deve tornare a sporcarsi le mani di lavoro, ora più che mai ce ne bisogno, poiché l’attacco ai lavoratori non arriva solo da Confindustria, ma anche dal sindacato. Infatti l’attacco lanciato dalla Marcegaglia al Ccnl, non ha trovato da parte del sindacalismo confederale una chiara opposizione, anzi essi subito si son attivati per proporre le linee di riforma della struttura della contrattazione, che prevedono oltre alla triennalità della vigenza contrattuale, i contratti territoriali, che altro non sono che gabbie salariali. In nome della produttività (maggiori utili per le aziende) si punta alla divisione della classe lavoratrice. E’ mai passibile, che il sindacato non si accorga che in questo modo si minano le basi del contratto nazionale? Io peso di no. E’ una linea politica ben precisa.

Il compito del nostro Partito, in questa fase storica, diventa di primaria importanza, deve essere capace di unificare i lavoratori e dare loro una sponda politica forte, capace di organizzare lotte e rivendicazioni, oltre a ricreare quel senso di solidarietà tra proletari. Bisogna indagare e intervenire su tutte le forme di lavoro da quello “tutelato” a quello nero, che più nero non si può, e mi riferisco a quello agricolo, ancora soggetto a forme di schiavitù (nel foggiano il caporalato ha una portata violenta che non si può più continuare ad ignorare), a quello delle donne che per guadagnare “qualcosa” fanno le pulizie nelle case dei “signori” e guadagnano solo due euro e cinquanta l’ora, a quello delle ragazze che in casa cuciono le tomaie (scarpe) di prestigiose firme a un euro e venti al paio (e per cucire una sola scarpa si impiega più di un giorno intero), questo succede in Puglia…e il Partito tace.

Bisogna intervenire, lì dove abbiamo gli amministratori, su tutti gli appalti: non si affida il lavoro a chi non assume a tempo indeterminato, a chi non rispetta le norme sulla sicurezza, a chi non garantisce un giusto salario. Si è spesso detto, sbagliando, che la classe lavoratrice non è più la stessa: è il nostro Partito a non essere più lo stesso, ha puntato il suo sguardo altrove, non solo non ha saputo leggere la realtà, ma non l’ha voluta leggere “in tutt’altre faccende affaccendato…”.

Parta quindi una campagna che metta al centro del suo agire politico: il lavoro e la questione salariale. Parlare di reintroduzione della scala mobile non è reato, è un nostro dovere, lo impone la Costituzione. Art. 36: «Ogni lavoratore ha diritto ad un salario che consenta a lui e alla sua famiglia una vita libera e dignitosa ».

 

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