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Un obiettivo di fondo: continuare a cambiare

Andrea Di Martino segretario provinciale Prc Napoli

Liberazione 10 giugno 2008

La sconfitta è stata sonora e noi rischiamo di riprodurre noi stessi. I nostri vizi antichi, i nostri difetti di un dibattito tra sordi. Avremmo dovuto interrogarci con sincerità, spogliandoci delle nostre certezze e camminare nudi verso il futuro. Ma tutto questo non è stato e non è. Allora non ci resta che tentare di fare il nostro meglio, qui ed ora. In questo grigio dibattito che si sta sviluppando per invettive più che per confronto.

I risultati elettorali del 13 e 14 aprile scorso hanno prodotto la sconfitta di tutta la Sinistra Italiana. Tale esito si è determinato nel consolidamento del più poderoso spostamento di voti dal campo di forze del centrosinistra a quello del centrodestra della storia Repubblicana. In questo quadro, la sinistra arcobaleno ha raggranellato un misero 3% ed il peso di Rifondazione in questo risultato non può essere un dato che si da per assunto, sulla base di un borioso pregiudizio di autosufficienza. E’ pericoloso e devastante inseguire certezze.

C’è un elemento da cui non si può sfuggire, senza uno spazio politico per la sinistra non può esservi uno spazio per la rifondazione. Questo spazio oggi è stretto, molto stretto. Non è solo il dato elettorale che ci consegna a questa drammatica constatazione, è la dura realtà di questi giorni che ci inchioda ad una profonda riflessione su noi stessi. I roghi di Ponticelli sono spaventosi, per il ritorno delle scene dell’esodo ma anche per il consenso sociale da cui sono accompagnati. Nel sud siamo difronte al tentativo di costruzione di un blocco sociale d’ordine devastante. La camorra e le mafie rischiano di divenire i regolatori dei conflitti che si aprono in questa parte martoriata del paese. Le politiche economiche del governo accentuano la frantumazione del mondo del lavoro. I primi decreti approvati vanno nel segno delle restrizioni delle libertà. I raid del Pigneto ci interrogano direttamente. Innanzi a questo quadro bisognerebbe dismettere la litania sul ritorno a fabbriche, a territori e a piazze.

Non siamo più in quei luoghi, non per scelta. Non vi siamo perché essi nel frattempo sono radicalmente mutati e i nostri strumenti non erano più adeguati alle domande che ci ponevano. Allora sarebbe inutile ritornare così ingenuamente, ne saremmo riespulsi accompagnati da una risata. Bisogna assumere su di noi la missione dell’andare. Andare in modo nuovo, con idee nuove verso quegli stessi luoghi e saper contemporaneamente interpretare le moderne istanze di liberazione che si levano dagli odierni oppressi. Siamo in grado di farlo, non so. Il dibattito non aiuta, forse perché non siamo altro che un piccolo partito sconfitto, diviso per correnti e non abbiamo il coraggio di confessarlo a noi stessi.

Serve uno slancio, uscire fuori dalle logiche del parlarci addosso per partito preso e ricercare. Per porci un obiettivo di fondo: cambiare. Cambiare noi stessi per trasformare questo freddo presente. Cambiare un modo d’agire che replica riti antichi. Che innanzi alle difficoltà si chiude nelle poche misere certezze. Che si incammina alla ricerca di un capro espiatorio quando è devastato dai propri limiti ed errori. Una organizzazione in cui chi è stato o è nelle istituzioni (e quanto peso esse assumono nella crisi odierna!) ricerca le colpe nell’assenza di partito. Pensando di eludere così il tema della necessaria ricerca sulla crisi della forma partito.

E’ coinvolgente oggi quel partito con la P maiuscola che tanto viene invocato? Parla a questa società devastata, accende passioni? Avrei voluto discutere di questo senza ascoltare lezioni e contumelie. Mi auguro che un giorno si possa aprire questa discussione. Oggi è il momento di tenere viva una speranza. Per questo motivo ho sottoscritto e voterò per Vendola. Perché è un’opzione politica senza certezze, curiosa di indagare e comprendere. Quello spirito che ritrovai nel documento di Venezia che mi ha fatto aderire a questo partito. La “nonviolenza” come critica radicale al potere. La dismissione della boria di partito verso una ricerca di un rapporto di pari dignità con i movimenti. La democrazia radicale come pilastro del nostro agire politico.

Quanta rabbia ho provato vedendo i nostri elettori che votavano alle primarie del Pd. Avevamo colto quella voglia partecipativa e non avevamo saputo coltivarla. Uomini e donne si allontanavano da noi alla rincorsa di una suggestione democratica. Quell’abbandono è divenuto poi definitivo al momento del voto alle politiche. Ora su ciò che dovremmo fare, su quale soggetto politico costruire, valga un antico e semplice principio: “una testa un voto”. O è così o saranno poche oligarchie a decidere. Le oligarchie sono peggio di tanto altro e sono anche repellenti. Per il resto che vinca Vendola, ma poi c’è tanto da fare e io mi auguro che possiamo essere in tanti e tante a tentare. Non per noi, per i nostri miseri ed individuali destini, ma per un mondo dove un bambino piangente sulla spalla di sua madre non sia più spinto su un carretto con su scritto: “ferro vecchio.”

 

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