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documento 5 |
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Dichiarazione di Mercedes Frias e Pape Diaw |
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Mercedes Frias Pape Diaw |
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Liberazione 5 giugno 2008 Noi a Genova c’eravamo; con i nostri modi e con i nostri linguaggi, con altre compagne e compagni: le nostre strade e quelle dei compagni e delle compagne di RC, e quelle di chi attraverso quella esperienza è arrivato al partito, non si sono incrociate lì. Non eravamo al congresso di Venezia, eravamo altrove, a fare politica anche noi, in altri ambiti e con altri strumenti. Ci manca quell’esperienza, con tutto quello che ha implicato: la ricchezza del processo, del dibattito, della strada che lì si delineava e, allo stesso tempo la complessità dei rapporti fra appartenenti a linee diverse che lì si è venuta configurando. Non abbiamo dunque attraversato il vissuto personale degli attriti fra mozioni. Come abbiamo avuto occasione di ribadire in altre occasioni, con i compagni e le compagne di Rifondazione Comunista ci siamo trovati per la strada. Quella strada della militanza nei luoghi dei diritti negati. Ci siamo incontrati grazie a quella grande spinta innovatrice e di apertura che il Partito si è dato, grazie alla visione e all’azione che, fondamentalmente Fausto e, tanti altri compagni e compagne hanno saputo imprimere in quel momento. Ci siamo intercettati. Quest’apertura ha fatto sì che la nostra azione politica, e con noi anche quelle di tante donne e uomini, migranti e nativi, trovasse spazio anche nelle sedi della rappresentanza. Fatto di grande portata politica e simbolica. Non vogliamo tornare sull’inutilità, per i lavoratori e le lavoratrici di ogni provenienza, della nostra partecipazione al governo, che abbiamo avuto modo di gridare anche mentre questa esperienza governativa si compiva e si esauriva. È da tutti e tutte sentita la necessità di una seria analisi sul modo di stare negli esecutivi a tutti i livelli: il congresso è un’occasione per farla. La disfatta elettorale ci ha devastati, come tutti. La nostra prima reazione all’ecatombe è stata quella di stringerci intorno alle nostre compagne e ai nostri compagni del Partito e delle nostre realtà associative. Abbiamo deciso di iscriverci proprio in questa fase drammatica, di entrare, di partecipare anche da dentro alla costruzione di una prospettiva, di una speranza per gli ultimi. Il nostro slancio ha subito il freno dell’aspra lotta interna. Sono stati commessi errori negli ultimi anni, ci sono delle molteplici responsabilità, vanno assunte in pieno; ma si è trattato di errori, appunto. Assumerli, analizzarli, senza enfatizzare le “colpe” e, andare oltre. Dall’altra parte, intendiamo che nel delineare il come proseguire non possa non tener conto fino in fondo dell’inconsistenza del modello “sinistra arcobaleno. Occorre rivedere i rapporti che hanno caratterizzato Rifondazione Comunista e quel largo spazio politico potenziale che è la Sinistra Europea, senza destrutturare l’esistente, attraverso un percorso davvero condiviso a tutti i livelli. Non capiamo la fretta nel disegnare ora e definitivamente il contenitore. Non incombe una campagna elettorale. Prendiamoci del tempo. Partiamo da dove siamo. Sperimentiamo nuove modalità di coordinamento e direzione. Non vogliamo sottrarci al conflitto. Non vogliamo tornare indietro sulla nostra scelta di partecipazione. Vogliamo che si fermi la “guerra interna ”, non solo teorizzare la distensione e proclamarsi vittime. Per questo ci uniamo alle compagne e ai compagni che sostengono la mozione “Disarmiamoci: liberi/e, pacifici/che per un congresso di discontinuità e radicalità”. Vogliamo farlo in libertà. Esserci con le nostre contraddizioni, senza farci carico delle eredità che hanno determinato i rapporti interni. Rivendicando e assumendo pienamente il significato del lavoro insieme svolto fin qui, ognuno e ognuna con la propria e varia collocazione; senza condizionamenti che rimandano all’eterno capo chino dei colonizzati.
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