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Per un Prc robusto e intelligente

Vincenzo Simoni presidente nazionale Unione Inquilini

Liberazione 5 giugno 2008

A sottoscrivere la mozione del 100 circoli mi ha convinto la reticenza, se non peggio, delle mozioni Vendola e Ferrero, sui rapporti con i Ds (poi Pd) nelle ex regioni rosse. La questione – lacerante tra tutte quella del passaggio del Prc da una opposizione di lunga durata alla entrata in giunta in Toscana – è stata addirittura declassata a bega locale.. Ed invece era ed è questione nazionale, per la linea generale che veniva elaborata e praticata in queste regioni oltre che per il peso specifico, anche in termine di rapporti con i principali gruppi bancari, del vecchio Ds rispetto al resto del paese. I titoli vanno dalla privatizzazioni dell’acqua, dei rifiuti, dell’edilizia pubblica, del sistema della mobilità; alle connivenze organiche con gli immobiliaristi più chiacchierati, primo tra questi il Ligresti; e sul piano della democrazia rappresentativa alla legge elettorale toscana, che ha anticipato il “porcellum”.

Del resto non era solo mio, o dei compagni di tanti circoli Prc della Toscana, il radicale dissenso all’omogeneizzazione al quadro nazionale; analoga opposizione è stata espressa, se non vado errato, a Genova come a Bologna come a Venezia e per altri versi nella stessa Campania. Ritengo che la subalternità al neo-centrismo, perché di questo si trattava, porti inevitabilmente alla consunzione non solo del Prc ma di qualsiasi opzione di sinistra alternativa. Tale subalternità era dovuta a tattica, cioè ad una complementarietà nell’azione politica principale, o si trattava di qualcosa di organico?

Molto ha origine, a mio avviso, dalla tesi delle “due sinistre”, una “radicale” e l’altra “riformista”. E’ chiaro che se così si riteneva (e c’è ancora chi si attesta su questo paradigma) non c’era bisogno di un partito robusto, di una segreteria autorevole, di un giornale di combattimento, di un rapporto continuo e ragionato tra e con i gruppi parlamentari, di una linea generale negli enti locali…e non voglio estendermi alle questioni sindacali che pur connesse lo sono! C’era comunque sempre, in caso estremo, la protezione dell’altra sinistra, quella moderata!

Si è giocato con questo assunto al rispetto del programma, che al massimo poteva spiegarsi con la volontà, in caso di rottura, di non tenere in mano il cerino acceso; un mezzuccio di fronte all’esosa politica sociale e fiscale del governo Prodi, evidente e traumatica fin dalla prima finanziaria. Si poteva fare qualcos’altro? Vado allora un po’ indietro, al congresso di Venezia.

Quello che successe nelle sue fasi conclusive mi parve immediatamente di cattivo auspicio. Invece di imparare dai grandi partiti popolari del passato (intendo la Dc ma anche il Pci di Togliatti), che, a garanzia di una linea che poteva essere aggiustata o rovesciata in caso di necessità, cooptava nella stessa segreteria diverse componenti (anche non espresse in correnti), invece di ispirarsi ai versi di Brecht, sul partito che «ha cento occhi», si scelse di accontentarsi di meno…di sessanta occhi! Una colpevole presunzione di onniscienza che ha indebolito la stessa capacità di capire il sentimento profondo dei nostri iscritti e dei nostri elettori.

Ecco perché non siamo tutti responsabili della catastrofe. Poteva “questo” partito che perdeva identità e autonomia occuparsi di caro-vita e di caro-casa, promuovere comitati di lotta, non limitarsi di stare accanto a generosi movimenti (poveri di mezzi e con tanta fatica organizzativa), ma esserne di impulso e generalizzazione? Non ne era più capace.

So che le cose da me espresse sono condivise anche da compagni che si riferiscono ad altre mozioni; non posso rimuovere la lunga e limpida amicizia che mi ha legato a Walter De Cesaris, non mi pento del supporto che la segreteria nazionale dell’Unione Inquilini ha assicurato a Ferrero nel suo impegno di ministro. Ma va oggi spostato “a sinistra” l’intero partito perseguendo l’obbiettivo di una “nuova” maggioranza che non sia solo alternanza di gruppi dirigenti.

Mi sembra di tutta evidenza, anche rileggendo la storia del socialismo, che proprio per questo è determinante un ampio consenso alla sinistra del partito. E’ condizione per una svolta che determini un nuovo ampio reclutamento, assicuri lo sviluppo quantitativo e qualitativo dei circoli, nei quali, senza reinventare un rapporto speciale con gli intellettuali, ci si attrezzi di conoscenze cruciali per una necessaria emancipazione dallo stato di cose esistente, e lo si faccia nella concretezza dei conflitti sociali e territoriali. E si chiami pure questa emancipazione con il termine corrusco di rivoluzione!

Dicevo del carovita. Vuol dire rimettere in campo la questione dei prezzi amministrati, contestare la valenza delle diverse autority, paralizzate dall’imperio della finanza speculativa, non farsi bloccare dalle pretesa sacralità delle prescrizioni europee; ed imparare da chi lotta, siano essi pescatori francesi, spagnoli e portoghesi e camionisti inglesi o le popolazioni dell’Egitto o delle Filippine. Non basterebbe questo per delineare una linea di massa per una intera fase?

 

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