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La Rifondazione riparte dal lavoro

Diego De Podestà, Guido Pasi

Liberazione 3 giugno 2008

La catastrofe elettorale ci interroga su quanto abbiamo troppo sottovalutato. Per esempio che un grande ceto medio della rendita vive appoggiato sull’economia irregolare e su attività speculative e chiede alla politica solo di sanare periodicamente le proprie irregolarità per poterle reiterare. Non ci sarà mai un programma di razionalizzazione delle rendite e delle corporazioni che potrà intercettare questo voto; soprattutto per questo al Pd è precluso il voto del nord. Tutte le razionalizzazioni del “sistema Italia” realizzate o tentate, prima dai governi dell’Ulivo e poi dal centrosinistra, a partire dal recupero dell’evasione fiscale, sono un nemico mortale per questa parte della società che è, o è diventata di destra.

Il lavoro operaio e dipendente è indifeso e precarizzato. Ad aggravare questa precarietà che ha colpito tutto il mondo del lavoro in occidente, in Italia il peso della rendita e uno stato sociale avaro, perché troppo ristretto, hanno costretto milioni di lavoratori a farsi proprietari. L’insufficienza di salari e pensioni e la precarietà del lavoro hanno drammatizzato una condizione che nella società industriale era invece garantita perché stabile, protetta da grandi organizzazioni di massa e in genere al riparo da derive reazionarie. Invece ora ci troviamo di fronte ad una sorta di “proletariato proprietario”, che al sud o nelle periferie delle metropoli diventa perfino “plebe proprietaria”, che ha paura di perdere quel poco che ha, cerca una rivalsa sugli ultimi arrivati, teme la cultura della convivenza perché le difficoltà delle proprie condizioni materiali di relativissimo privilegio e la potentissima industria culturale della paura, dominano il suo punto di vista, spezzando ogni legame e vincolo di solidarietà.

Il lavoro precario manuale e intellettuale è troppo debole, ricattabile e spesso anche ideologicamente individualista, per costituire l’avanguardia di un nuovo proletariato che si ribella alle forme di sfruttamento vecchie e nuove che si sommano nei luoghi di lavoro. La precarietà come condizione permanente non può che alimentare un forte sentimento di rancore nei confronti di chi vive o sembra godere di privilegi. L’ondata di antipolitica è esplosa anche perché trova un terreno fertile in troppe persone e figure sociali esasperate. Questo significa che non c’è più nulla da fare? No, tutt’altro.

Se guardiamo al di là degli apparati ideologici e della cultura economica dominante, non è difficile capire che le parti veramente produttive del paese sono il lavoro operaio e il lavoro intellettuale che sostiene e fa vivere il nostro sfortunatissimo ma spesso meritevole stato sociale. Questi sono i veri pilastri che sostengono la nostra società e sono da più di vent’anni sottoposti ad un attacco incessante, sul lato delle condizioni di lavoro e su quello della stessa esistenza di questi mondi produttivi. “L’alleanza tra i produttori” a cui deve pensare la Sinistra è l’alleanza tra il mondo del lavoro operaio e il mondo del lavoro intellettuale. Con tutti i difetti e i limiti che possono avere, sono sempre la parte migliore della nostra società. Ma per parlare sul serio col mondo del lavoro, il cambiamento più importante che dobbiamo operare consiste nell’imparare un punto di vista non minoritario.

Nei giorni successivi al voto, è stata più volte ripresa la frase di un lavoratore della Fiat che rispondeva in questo modo alla domanda di Liberazione sul perché gli operai non hanno votato la Sinistra: «Un partito che pensa solo agli omosessuali e agli zingari, mentre dei lavoratori se ne è sbattuto fino all’altro giorno». E’ una risposta bruciante e con un contenuto culturale di destra; ma nella sua brutalità essa segnala una questione di fondo che noi ignoriamo. L’azione sociale del nostro partito è spesso percepita come un’azione che si dedica ad aree marginali o a temi per élites, dando vita ad una specie di filantropia di sinistra che non riesce a parlare al resto della società. In questo senso è considerata inutile dal mondo del lavoro, se non addirittura avversa. Ovviamente questo per noi non è accettabile: non potremo mai rinunciare alla solidarietà verso i migranti e alla lotta al razzismo. Ma il punto è essere capaci di non esaurire la nostra pratica sociale in azioni di solidarietà verso gli emarginati e mettere invece al centro di essa il mondo del lavoro e una nuova idea di alleanze e di blocco sociale che non insegue tutte le soggettività, tutti i comitati.

Se questi sono i problemi che dobbiamo affrontare, a cosa può servire una proposta che in qualsiasi modo, anche nei modi più sinceri, punta a ricostruire il partito così com’era, quando sappiamo bene che, anche nei momenti migliori, si trattava di una forza molto al di sotto di ciò che occorre? 

 

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