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Per risollevarci è necessario chiederci dove siamo arrivati e perché

Marcello Pesarini Commissione Migranti Prc Marche

Liberazione 29 maggio 2008

Prendo al volo il suggerimento che ci fa Carlo Cartocci su Liberazione del 23, per un punto d’intesa possibile. Comincio dalla premessa: una base responsabile di una delega revocabile. Mi sembra che quasi tutti i collegamenti che facevano sì che un partito fosse utile ai propri iscritti siano saltati. Lo stesso sta succedendo ai sindacati, e le cooperative e le associazioni di volontariato, parafrasando Woody Allen, non stanno meglio. S’è smarrito più d’un obiettivo, e quando succede così ci si accapiglia sulle briciole, anche solo per rendite di posizione. Quanto sta avvenendo nel nostro partito, e nella sinistra circostante, è anche segno di una mancanza di appartenenza che si trascinava da anni. Di conseguenza non diamo un’immagine di noi molto invitante, e ci comportiamo come il classico cane che si morde la coda. Per risollevarci, però, è necessario chiederci dove siamo arrivati e perché.

Siamo arrivati ad un partito che, per cercare di non apparire né operaista, né maschilista, né bianco, né burocratico, viene percepito in queste maniere, ed in altre che lo rendono poco interessante e soprattutto poco utile. Da troppi anni i compagni ricevono spinte dall’alto che si contraddicono fra di loro: il dopo Genova teorizzava il partito in movimento, ma già nel 2003 riflettendo sulle rappresentanze, che non ci davano rendita di posizione, si abbandonava la costruzione del blocco d’alternativa per riproporci al governo, con colpi d’ala della sola dirigenza. Il lancio della Sinistra Europea per superare le secche delle istituzioni, che si avvicinavano, è stato formulato ma poi non portato avanti sulle problematiche propriamente continentali (migranti, Bolkenstein, trasporti, comunicazione), quelle che l’avrebbero resa patrimonio dei/delle compagni/e. Manca, nel partito e nella sinistra circostante, un bilancio dell’anno e mezzo di governo, fatto dagli utenti del governo, i cittadini che noi rappresentiamo.

Torno alla formulazione iniziale: una base responsabile di una delega revocabile. Ripercorrendo gli anni di questo nuovo secolo, si può dire che abbiamo cercato di spogliarci di tutte le caratteristiche considerate sconvenienti, noiose, poco attraenti. E siamo riusciti a dare proprio l’impressione che volevamo evitare, scontentando, ad un tempo, vecchi e nuovi, maschi e femmine, migranti ed autoctoni. Ci percepiscono in questo modo, al di fuori, e noi non siamo neanche capaci di leggere la realtà, che è rivoluzionaria, nei suoi aspetti evidenti: ci sono più vecchi che giovani, in Italia, e noi cerchiamo i giovani con le lenti dei nostri vent’anni. Parliamo sempre di donne, nel partito e fuori, ma quanti maschi sono pronti a cedere il loro posto? Oppure le compagne, più pratiche, continuano a tessere la tela della società mentre lasciano a noi l’elenco dei doveri, che poi disattendiamo? La democrazia rappresentativa è saltata. Non possiamo dolerci più di tanto se poi saltano anche le buone pratiche, ed i beni comuni che sono da difendere nelle province devono superare l’esame di compatibilità con le maggioranze, o con l’avanzamento di altri piani.

C’è qualcosa di marxista in queste constatazioni: non è solo l’essere umano da migliorare, è necessario che egli modifichi la struttura per evitare il più possibile la tendenza a staccarsi dalla base. La responsabilità è della base, che non percepisce il vertice come avvicinabile ma non si fa neanche carico dell’avvicinamento, e deresponsabilizza il vertice stesso. Perché avviene così? Forse, dico forse, la politica, la rappresentanza delle classi, delle città, non serve più, ma non lo vogliamo ammettere.

Il continuo invio di parole d’ordine negli ultimi anni sono servite ad aumentare la crisi d’identità e di fiducia nel nostro popolo e nel nostro partito. Non abbiamo fatto in tempo a mandare i nostri giovani a scuola lavorando nelle aggregazioni sociali, libertarie, antiproibizioniste, che li abbiamo richiamati a palazzo per costruire una classe dirigente forzatamente immatura, che non aveva provato a progettarsi abbastanza. Possiamo, con così poco rispetto per le nuove generazioni, rispettare noi stessi? No, ed infatti non ne siamo stati capaci.

Se Rifondazione Comunista non si ritrova, vuol dire che non ha più necessità di esserci. Se ne ha, e sarà l’universo circostante a dirlo, sarà in sintonia con il passo indietro di tutti i dirigenti che hanno condiviso le scelte di questi anni, coloro che, al momento, non sembrano averne voglia. Chiediamo loro di condividere il passaggio con noi, leggendo assieme la crisi del paese ed il desiderio di sognare un altro mondo. Questo il significato della mia adesione a “Disarmiamoci”.

 

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